Sondaggio: I medici in India riducono l'assistenza alle persone trans dopo la stretta legislativa

Nell’ottobre 2026, i risultati di un’indagine nazionale tra gli operatori sanitari in India hanno rivelato che circa il 76% degli specialisti segnala una drastica riduzione nell’accesso alle cure mediche per le persone transgender a seguito dell’entrata in vigore di una riforma restrittiva sulla transizione di genere. Lo studio è stato curato dall’ente non profit Indian Mental Health Alliance (IMHA) su un campione di oltre 150 medici in 28 stati indiani.
In una dichiarazione rilasciata alla testata Queerbeat, ripresa anche dalla testata statunitense LGBTQ Nation, la psichiatra di Delhi e cofondatrice dell’IMHA, la dott.ssa Kavita Arora, ha spiegato che la legge di modifica sui diritti delle persone transgender, approvata nel maggio 2026, ha innescato un «ritiro silenzioso» dei medici dalle prestazioni di affermazione di genere. Gli specialisti denunciano gravi dilemmi deontologici, rischi penali e la violazione del segreto medico: la normativa impone l’obbligo di segnalare gli interventi ai magistrati distrettuali e sopprime il diritto all’autodeterminazione senza il via libera di commissioni mediche governative.
Le modifiche alla legge del 2019 sono state introdotte dal Bharatiya Janata Party (BJP), forza politica di governo guidata dal primo ministro Narendra Modi, e approvate dal parlamento nella primavera del 2026. I sostenitori della legge hanno difeso il testo sostenendo l’esigenza di una vigilanza centrale sugli interventi chirurgici e la tutela dei minori da decisioni avventate. Al contrario, l’opposizione parlamentare e le organizzazioni per i diritti umani hanno espresso ferma condanna. Il deputato Saket Gokhale, esponente dell’All India Trinamool Congress, ha definito la legge un arretramento preoccupante, accusando l’esecutivo di tradire le antiche tradizioni indiane di riconoscimento della pluralità di genere per compiacere correnti conservatrici estere.
La revisione legislativa cancella di fatto il principio di autodeterminazione riconosciuto dalla storica sentenza della Corte Suprema indiana del 2014 nel caso NALSA contro l’Unione dell’India. La norma equipara i trattamenti sanitari non autorizzati alle lesioni personali e prevede condanne fino a dieci anni di reclusione per chi inciti o favorisca il cambio di genere. Preoccupati dalle conseguenze legali, numerosi ospedali e ambulatori privati hanno sospeso la somministrazione di terapie ormonali e gli interventi chirurgici in attesa di chiarimenti e ricorsi giudiziari. Al contempo, circa il 10% degli intervistati ha riferito di non aver ancora riscontrato impatti rilevanti nella propria attività clinica.
In precedenza, «Uránia» aveva riferito dell’ingiunzione dell’Alta Corte di Delhi alle forze dell’ordine per la stesura di protocolli vincolanti sugli arresti di persone trans, volta a prevenire abusi istituzionali alla luce dei vuoti normativi nazionali.


